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Lavoro e impresa Professioni

Maker e artigiani digitali


Dalla cultura del fai-da-te alla condivisione dei saperi: da dove vengono e dove vanno i Leonardo Da Vinci del XXI secolo. I loro punti di ritrovo, gli strumenti per imitarli, i loro feticci
Maker e artigiani digitali

Un tentativo di definizione

I maker sono gli hobbisti tecnologici del 21esimo secolo, i portatori della teoria del DIY (do it yourself – ovvero fai da te): amano inventare e produrre autonomamente e in maniera sostenibile e sperimentano nuovi approcci alla produzione basati su tecnologie a basso costo.
In alcuni casi un maker da semplice inventore riesce a diventare anche un imprenditore, ma il passaggio non è scontato. Essenzialmente i maker puntano a mettere in discussione le fondamenta di una società svincolandosi dal ruolo di semplici consumatori e prendendo in mano la realtà per decostruirla e ricostruirla adattandola alle proprie (e altrui) esigenze quotidiane.

Maker o tweaker
Strettamente correlato al ruolo del maker, o artigiano digitale che dir si voglia, c’è il tweaker. Un tweaker è una persona che mette a punto e modificando leggermente una cosa, la aggiusta aumentandone l’utilità. Malcolm Gladwell, in un articolo uscito sul New York Times, parla di Steve Jobs definendolo un tweaker. Una definizione che potrà sembrare riduttiva, ma in realtà il tweaker svolge un ruolo essenziale, perché adatta creativamente l’esistente per renderlo più funzionale al reale. Jobs e i tweaker sono coloro che sono in grado, attraverso “Micro invenzioni necessarie”, di rendere “la macro invenzioni più produttive e remunerative”.

Il ruolo dell’open source e delle nuove tecnologie
Quando si parla di maker non si suggerisce perciò alcun ritorno al passato, ma semmai un modo nuovo di guardare a pratiche consolidate. Altra caratteristica fondamentale dei maker è, infatti quella della condivisione e dell’open source. I nuovi artigiani non si limitano a maneggiare prodotti e oggetti, a manipolarli per trovarne nuovi usi, ma mettono anche in rete queste loro accresciute conoscenze, le nuove funzionalità raggiunte dalle cose, le invenzioni e le nuove creazioni, al fine di migliorarle sempre di più, in una logica adattiva e evolutiva che è consustanziale all’artigianato del 21° secolo.
Esempio fondamentale e tutto italiano della rivoluzione maker è quello di Arduino e del suo inventore, Massimo Banzi. Arduino è, come spiega lo stesso Banzi, un piccolo computer, dal costo e dalle dimensioni molto ridotte, programmabile facilmente con un software open source, che chiunque può replicare anche a livello hardware, dal momento che ogni singola componente cognitiva e pratica alla base di Arduino è condivisa online.
E questo ci porta ad un’altra delle caratteristiche fondamentali di questi hobbysti del 21° secolo: lo sfruttamento delle nuove tecnologie per generare prodotti e strumenti che sono però tutt’altro che immateriali e non sono afferenti esclusivamente alla sfera della conoscenza e della competenza digitale. I makers creano tavoli, soprammobili, abbigliamento, usando strumenti come i laser cutter, le macchine CNC (computer numerical control) e stampanti e scanner 3D. Ne deriva che, come scrive Simone Cicero, grazie alla “democratizzazione dei mezzi di produzione è iniziata una rivoluzione cooperativa che riporta finalmente l’uomo (peer), al centro dell’atto della produzione, umanizzandola.”

La teoria
Uno dei principali teorici del movimento dei maker è Chris Anderson, che nel suo Makers. Il ritorno dei produttori (Rizzoli), si spinge a dire che la terza rivoluzione industriale, da tempo attesa, è quella in atto oggi, grazie alla rete che crea un’esplosione di talenti, liberando le idee e rendendo sempre meno indispensabile la fabbrica, dal momento che si può produrre con un click. L’atomo diventa così “il nuovo bit”.

Come si diventa maker

Anche se in Italia il popolo dei makers è in grande espansione, ancora si fatica a trovare percorsi strutturati che insegnano a diventare maker: il campo è lasciato per lo più all’iniziativa personale dei nuovi artigiani, che hanno cominciato a costruire grazie soprattutto alla passione personale e alla condivisione di saperi e, recentemente, di spazi di coworking artigiano.

Tra i primi tentativi di codifica di apprendimento possiamo citare The fab sessions, “laboratori che studiano le nuove tecnologie e la nuova cultura che stanno emergendo nel mondo produttivo.” Le sessioni sono svolte presso The fab, spazio di Verona che fa incontrare creatività, design, e cultura materiale. The fab sessions sfruttano un format di didattica relazionale e sono rivolti a chiunque voglia trovare strumenti e apprendere tecniche per sviluppare i propri progetti.

Esistono anche strumenti online che consentono, ad esempio, di imparare a programmare attraverso il learning by doing come Code Academy, vere e proprie accademie che ricalcano corsi del MIT come FabAcademy, e portali che elencano i luoghi in cui si tengono lezioni per imparare a fare ogni tipo di prodotto e oggetto, come Skillshare.

I laboratori per maker

I laboratori per maker, o fablab (fabrication laboratory) sono spazi in cui chiunque può realizzare piccoli e grandi progetti. Sono generalmente attrezzati con una serie di strumenti digitali che coprono diverse esigenze e che consentono di produrre oggetti e prodotti con svariate tipologie di materiali.
Come sottolinea Edoardo Pratelli, un fablab è un “laboratorio di idee” in cui c’è tutto ciò di cui c’è bisogno per “hackerare la realtà”.
In Italia ne esistono diversi e un primo, parziale tentativo di elencarli, lo ha fatto il gruppo Fabber in Italia su Facebook.
Il primo e più importante di questi laboratori è Fablab Torino, ospitato in quelle che furono le Officine Arduino, un luogo in cui imparare la fresatura e il taglio laser, ma anche rudimenti di acustica per costruire boombox e stereo portatili.

A Roma è nata la Palestra dell’innovazione Phyrtual, uno spazio formativo con fablab – il primo a Roma costruito secondo le indicazioni del MIT’s center for bits and atoms, robotic center e tante attrezzature. C’è poi il fablab diffuso della Regione Lazio, uno spazio dedicato all’interno degli Spazi Attivi di Roma, Bracciano, Viterbo e Rieti dove sarà possibile apprendere, inventare e realizzare, progetti creativi e culturali. Una struttura privata gestita da una rete di imprese private e indipendenti tra loro, che offre servizi per favorire la Transizione Digitale delle aziende e delle pubbliche amministrazioni è il Digital Innovation Hub FabLab Roma. Altro spazio dedicato all’autoproduzione, orientato all’elettronica, alla robotica e alle nuove tecnologie, bio-hacker friendly è Officine Robotiche. Nasce a novembre 2016 nell’I.C. Largo Castelseprio il FabLabaro, nuovo laboratorio di fabbricazione digitale di Roma Makers. Il progetto è in linea con gli standard stabiliti dal MIUR in fatto di Atelier Creativi e sia con gli standard della Fab Foundation.

Tutto bello, dirà qualcuno, ma come trasformarlo in lavoro e guadagnarci? Come fa notare Andrea Danielli “Il fablab potrebbe diventare luogo deputato a gestire la prototipazione di nuovi prodotti, un’officina in cui ti aiutano a realizzare buone idee e, se piacciono abbastanza, a commercializzarle. Seguendo il principio del design push (ossia del disegno su richiesta) i fablab sono realtà di consulenza private che aiutano a inventare, produrre e commercializzare nuovi prodotti. Offrono pertanto servizi di couching “fisico” per innovatori di prodotto (sulla scorta degli incubatori e acceleratori d’impresa per startup). I fablab potrebbero fungere da hub, da connettori tra inventori e imprese. Una volta che il prodotto è stato sviluppato e prototipato, si cerca un partner commerciale con cui passare alla fase due: ingegnerizzazione per la produzione industriale.” Questo è, più o meno, quello che già avviene con Quantum leap.

Link e materiali utili

  • DIY: non di soli adulti è fatto il mondo dei maker. Prova ne è DIY, un luogo virtuale in cui i bambini possono condividere quello che fanno e incontrare coetanei che hanno le stesse competenze e amano le stesse cose.
  • GIOTTO: una piattaforma cloud che consente la creazione di applicazioni IoT attraverso un set di strumenti dedicati. Le applicazioni create su GIOTTO possono raccogliere, elaborare e utilizzare i dati generati dai dispositivi connessi e metterli a disposizione di utenti finali o applicazioni esterne.
  • Maker Faire Rome: evento romano dedicato all’innovazione artigiana
  • Domusweb: rivista che tratta di arte, design e nuove forme di produzione di contenuti
  • Leganerd: “social blog scritto da nerd”, punto di riferimento della cultura geek/nerd
  • Miocugino: fablab milanese con utile sezione tutorial
  • Jobs of the future: consorzio di aziende tecnologiche e organizzazioni giovanili finanziato dall’iniziativa Erasmus+ dell’Unione Europea per insegnare alle giovani generazioni le competenze di cui avranno bisogno per ricoprire i posti per i lavori del futuro (anche nella progettazione digitale)
  • Openp2pdesign: blog che tratta di sviluppo e implicazioni dei processi di progettazione, di strumenti per la comunità e di progetti aperti
  • Vectorealism community: un blog con idee, progetti, materiali utili
  • Wired: il sito web della celebre rivista sulla cultura digitale.

Ultimo aggiornamento 29/01/2024

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